martedì 10 maggio 2016

Vorrei tanto sapere due cose

Quello che segue è una riflessione alquanto ampia che ha come perno la dicotomia idealismo vs. mediocrità. In particolare saranno toccati per sommi capi alcuni punti sull'attualità.
Dunque, due sono le cose che son curiosa di sapere.
In primis, vorrei tanto sapere chi mi ha instillato quei principi di libertà, merito, solidarietà, sostanza, protezione, difesa dei deboli, giustizia e onestà che cerco di mettere in pratica nella mia vita e che in Italia e in particolar modo a Napoli stentano a emergere.
Forse da una parte un'opinione dall'alto secondo cui io viva su un altro pianeta non è così errata, ma nemmeno verità universale, date le diverse esperienze che mi hanno fatto un po' piantare i piedi per terra (tanto per fare un esempio, se in passato ero più sciolta nel dire "ti voglio bene", ora lo dico in poche occasioni). D'altro canto, c'è una grossa parte di questa vita che è vile e mediocre, in cui ci si fa le scarpe l'un l'altr*, in cui vige il proverbio "armammec e partit", come nel caso del film "Braveheart" e, più recentemente, come nel caso delle manifestazioni contro la buona scuola cui partecipano sempre e solo 4 coraggiosi gattini, mentre le migliaia di leoni da tastiera si lucidano la criniera perché magari già sanno di superare il concorso, perché si sentono più coraggiosi a rimanere nella propria zona di comfort e abbassare la testa (per non dire "mettersi ad angolo retto") che ad affilare gli artigli per ciò che spetterebbe loro di diritto.
Inoltre, c'è anche una parte sostanziosa di vita in cui (almeno apparentemente) vanno avanti il/la (cyber)bull*, il gruppo nella sua accezione negativa e chi è furb* e lecchin* dei potenti; una parte di vita in cui la burocrazia è più importante delle relazioni interpersonali e delle iniziative buone e genuine, in cui meno soldi si hanno più li si spendono in pacchianate tipo pre-battesimi, pre-comunioni, pre-diciottesimi, pre-matrimonio (magari pure pre-convivenza, pre-parto, pre-divorzio, pre-scoreggia, pre-diarrea, etc.), per poi non cacciare l'euro per il biglietto dei mezzi né i soldi per cose necessarie come l'istruzione e i relativi viaggi.
Una parte di vita in cui si spendono soldi "a beverun, a zeffun, a migliar" in beni di mercato che, seppur non necessari (tipo tutti i ninnilli dei telefilm), devono inevitabilmente essere comprati perché se no "la società non mi accetta", "guardo troppi pochi telefilm", "mi vedono come poracci*" e quindi "mi emarginano e io resto sol* come un cane (e io ho troppa paura di essere sol*, né mi conviene esserlo)".
Insomma, oltre al pianeta su cui pare che io viva, c'è pure una parte di vita in cui l'apparire e la formalità contano più dell'essere.
Alla luce di quanto scritto, la mia seconda domanda è questa: dal momento in cui non ho una risposta precisa sui principi a inizio post, se è vero che vivo su un altro pianeta, e poiché la vide giusta sia Darwin con la questione del successo nell'adattamento (elemento che credo mi appartenga, seppur non totalmente), sia ancora prima Hobbes con l'homo homini lupus, perché dovrei uscire dal cosiddetto mondo a parte per arrancare in e conformarmi a una mediocrità che non sento mia?

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